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Business Etiquette negli Emirati Arabi Uniti

Come facciamo a non sbagliare approccio? Impariamo a seguire alcune semplici regole della Business Etiquette

Imparare come comportarsi durante una conversazione d’affari, quale sia la ‘Business Etiquette‘ del Paese che ci ospita è spesso vitale per non incappare in figuracce che potrebbero compromettere i buoni rapporti con il nostro interlocutore. Approcciare mercati esteri in un processo di business internazionale, ancora prima di insediarsi con una Branch o una Subsidiary, richiede una preparazione culturale di fondo. Non solo, anche partecipare a fiere di settore può essere culturalmente impegnativo…è necessario prepararsi a dovere. Cerchiamo, quindi, di adoperarci il più possibile per adottare un comportamento corretto ed eviteremo di compromettere la nostra trattativa d’affari.
Di seguito un’infarinatura molto breve, ma efficace, di quel che è opportuno fare e non fare, quando vi recate in un paese Arabo per business:

* Le strette di mano tra uomini sono molto utilizzate, ma attenzione tra sessi diversi, generalmente non ci si stringe la mano. Se avete a che fare con una donna, stringetele la mano solo se è lei a tendervela
* Utilizzate sempre la mano destra: nella cultura islamica la sinistra è considerata impura
* ricordiamoci che bere alcolici in pubblico è vietato e non beviamo vino davanti al nostro interlocutore se prima non gli abbiamo chiesto se gli dà fastidio
* Gli anziani vanno salutati per primi e hanno sempre la precedenza al momento di entrare in una stanza
* Le riunioni sono spesso accompagnate da caffè e cibo: il rifiuto è considerato maleducazione. Quindi, anche se non vi va una pietanza offerta, sforzatevi oppure cercate di rifiutare con molto garbo utilizzando le dovute maniere.
* E’ molto apprezzato, prima di discutere di affari, chiedere come sta la famiglia, informarsi sui figli, ma è sempre inopportuno fare domande esplicite sulla moglie
* Curate sempre con particolare attenzione le relazioni di amicizia e di fiducia, perché sono alla base degli affari.
* In generale è meglio non recarsi per affari nei paesi arabi nel periodo del Ramadan
* Il saluto abituale è “as-salam alaikum”, che significa “la pace sia su di voi”. La risposta è il ricambio dell’augurio: “wa alaikum as-salam”, cioè “e su di voi sia la pace”
* “inshallah” significa “se Dio vuole” e viene utilizzato al momento di congedarsi.

Con queste poche e semplici regole, le basi per non fare spiacevoli gaffe ci sono. Ora non resta che studiare a tavolino un progetto di penetrazione del mercato e verificarne la fattibilità con l’aiuto dei nostri professionisti, siamo a disposizione per un primo incontro gratuito.

Laura Diana
Business & Strategic Advisor

Cosa vuol dire internazionalizzare? Andare oltre l’export, scopriamo come

Sfatiamo un mito: Export non è sinonimo di Internazionalizzazione.
Pochi viaggi conoscitivi all’estero, qualche brochure al seguito (in italiano), scarsa padronanza dell’inglese, generica conoscenza della cultura del posto, lentezza decisionale … Questi sono solo alcuni degli errori più comuni. Quindi, cosa fare? Per esempio, dovremmo riscoprire la nostra vocazione imprenditoriale. Farci guidare da un esperto che non si sostituisca a noi, ma che ci affianchi e, least but not last, fermarci ogni tanto a riflettere sulla strategia aziendale. Spesso il dubbio è: ma per potermi affacciare ad un mercato estero, cosa mi serve? Dobbiamo già avere esperienza nell’export? Non necessariamente.
Vediamo, allora, quali step seguire.

Porto di Jafza - Free zone DUBAI

La disciplina fiscale delle Controlled Foreign Companies (CFC) dal 2016

In un processo di internazionalizzazione articolato, nonchè in uno strategic plan ben fatto, gli aspetti fiscali non sono secondari a quelli di pianificazione finanziaria. L’impatto di una mancata pianificazione fiscale potrebbe avere un effetto dirompente sul tax planning della casa madre italiana.
Quando si internazionalizza si fa un passo oltre l’export. Quindi è necessario prepararsi a dovere e dare il giusto inquadramento agli aspetti fiscali del progetto.
A questo proposito ci soffermiamo oggi sulla disciplina fiscale delle Controlled Foreign Companies, per poi affrontare, in un secondo intervento, la nuova normativa dedicata alle Branch, di prima applicazione proprio ai redditi 2016 che le nostre società andranno a dichiarare nel corso di quest’anno.

Iniziamo fissando il concetto che PRESUPPOSTO PER L’APPLICAZIONE DELLA NORMATIVA RELATIVA ALLA CFC è IL POSSESSO (inteso come controllo diretto o indiretto) DI REDDITI CONSEGUITI IN UNO STATO ESTERO. Il regime di tassazione avviene per “trasparenza” in capo al socio residente in Italia, di tutti redditi realizzati dalle sue controllate estere domiciliate in Stati con regime fiscale privilegiato, indipendentemente dalla effettiva distribuzione degli stessi. Il Paese estero nella nuova normativa non necessariamente dovrà essere ricompreso tra quelli a fiscalità privilegiata.
La localizzazione della controllata in uno Stato o territorio a regime fiscale privilegiato implica comunque, di per sé, la presunzione di elusività della partecipazione. Tale presunzione, ad ogni modo, può essere superata interpellando l’Amministrazione finanziaria oppure dimostrando che il carico fiscale è almeno pari al 50% di quello che sarebbe stato scontato laddove la controllata fosse stata residente in Italia.

La ratio della norma sulle società estere controllate è da individuarsi nel contrasto alla delocalizzazione in Paesi a fiscalità privilegiata di attività prive di qualsiasi radicamento con i territori medesimi. La norma, quindi, attrae in Italia e tassa per trasparenza i redditi conseguiti dalla partecipata estera.
Il nuovo dettato normativo, come sopra accennato, prevede che siano assoggettate a questo regime le partecipazioni di controllo di un’impresa che sia localizzata in un Paese con un livello nominale di tassazione inferiore al 50% di quello applicabile in Italia, restano esclusi gli Stati appartenenti alla UE con i quali il nostro Paese abbia stipulato accordi di scambio effettivo di informazioni. A tali Paesi però, cosiddetti white list, si applicherà comunque una CFC rule seppure sia “non Black list”. L’estensione della normativa CFC anche alle controllate estere localizzate in Paesi non a fiscalità privilegiata (ad esempio UE), sarà effettuata qualora congiuntamente risultino soddisfatti i seguenti requisiti:
• il livello effettivo di tassazione del soggetto controllato estero è di oltre il 50% inferiore a quello cui sarebbe assoggettato se fosse residente in Italia;
oltre il 50% dei suoi proventi deriva dalla gestione titoli, finanziamenti, diritti immateriali prestazioni servizi infragruppo.

La CFC potrà essere disapplicata se ,e  solo se, la società residente dimostri, alternativamente, una delle seguenti circostanze (esimenti):

a) che la cfc svolga, in via principale, nello stato o territorio nel quale ha sede, una effettiva attività industriale o commerciale;
b) che dalle partecipazioni possedute non consegue l’effetto di localizzare i redditi in Stati o territori in cui sono sottoposti a regimi fiscali privilegiati.

Alla luce di quanto sopra esposto è doveroso fare qualche riflessione conclusiva.

Prima di tutto: l’azienda che decide di entrare in un mercato estero delocalizzando la commercializzazione dei propri prodotti e/o parte della produzione aprendo una società di diritto locale, in linea teorica, ha tutte le carte in regola per poter presentare l’interpello e far valere almeno una delle esimenti, beneficiando così della fiscalità privilegiata dello Stato di insediamento. Ma in ogni caso, non è questo il punto. Il punto è che se un’impresa decide di internazionalizzare, l’aspetto fiscale avrà la giusta e necessaria rilevanza, ma non sarà determinante nella scelta dello Stato in cui posizionarsi. E dunque certamente, dal 2016 più che mai, sarà fiscalmente meno “invasiva” sull’imponibile della controllante residente in Italia, la scelta dell’apertura di una filiale estera (Branch) piuttosto che di una società avente una personalità giuridica propria (Subsidiary/CFC). Questo perché nel caso della filiale estera, come vedremo, si potrà optare per la Branch Exemption, nuovo istituto di diritto tributario con il quale le imprese residenti beneficiano di un’esenzione dalla tassazione degli utili e delle perdite delle stabili organizzazioni. 

Ma non dimentichiamo l’aspetto puramente commerciale e strategico. Un processo di internazionalizzazione verso alcuni Paesi del mondo, vedi U.S.A. o Emirati Arabi Uniti, raramente prevederà l’apertura di una semplice filiale, seppur sia una scelta sotto tutti gli aspetti meno onerosa, semplicemente perché penetrare il mercato locale con una branch sarebbe pressoché impossibile e il processo di internazionalizzazione finirebbe per naufragare ancora prima di iniziare. Quindi, oggi più che mai, nel contesto economico in cui ci troviamo, è necessario approcciare questi delicati processi con una vision a 360°, avendo la giusta consapevolezza e preparazione sulla normativa fiscale italiana, al fine di perseguire strategie commerciali internazionali efficaci ed efficienti nel tempo.

Laura Diana
Strategic advisor
www.dpinternational.it

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